VEN. 1-12 – RICORDARE VIRGILIO GIOTTI

Nell’ampia introduzione all’antologia che raccoglie gran parte dell’opera di Virgilio Giotti, pubblicata nel 1986, per i tipi delle Edizioni Lint, Pier Paolo Pasolini, da fine conoscitore della “poesia in dialetto”, affronta tra l’altro il problema del rapporto tra “lingue minori”, cioè i numerosi dialetti che impreziosiscono la produzione letteraria italiana, e la “lingua maggiore”, cioè quella che si tende a definire la lingua standard e che, pur nella infinita diversità degli accenti e degli stili personali, va considerata come la lingua nazionale, in senso manzoniano.

Osserva Pasolini nelle sue note che, agli inizi del secolo scorso, il rapporto tra “lingua maggiore” e “lingue minori” subisce nella produzione artistica una sostanziale evoluzione nel senso che, progressivamente, le “lingue minori” emergono e assumono una propria dignità che le pone al livello della “lingua maggiore”.

Questa modifica di equilibrii giustifica la distinzione, sottolineata da Pasolini, tra “poesia in dialetto”, come espressione artistica dotata di una sua intrinseca autonomia, e “poesia dialettale”, espressione di un folclorismo locale, degno nelle sue migliori espressioni della massima considerazione, ma che non ha la capacità di assurgere a fatto artistico di valore assoluto.

Giotti e, come osserva Pasolini nella sua meditata introduzione, “…l’altro ottimo, il gradese Biagio Marin…”, pur di personalità così diverse, rappresentano due esempi emblematici della mutazione che si compie nei primi anni del secolo scorso, in quello straordinario laboratorio della modernità che era allora Firenze.

Entrambi giuliani, migrati a Firenze per le vicende della vita, nelle poesie, cioè nelle manifestazioni più intime dei loro sentimenti, si esprimono in dialetto sino al punto che Giotti, quando un amico gli chiese perché non parlasse usualmente il suo dialetto, rispose meravigliato: “Ma come, vuole che usi, per i rapporti di ogni giorno, la lingua della poesia?”

Giotti e Marin: l’accostamento va però ben oltre alla pratica condivisa della “poesia in dialetto” perché Giotti, approdato a Firenze per sottrarsi al servizio di leva dell’ I.R. Esercito, prende a frequentare una pensione di via La Farina 34, dove altri triestini, trasferitisi a Firenze per motivi di studio, saranno i motori di quella “letteratura di confine” che rappresenta uno dei più singolari fenomeni di contaminazione tra la cultura mitteleuropea e la cultura italiana dell’inizio ‘900.

Scipio Slataper, Gianni e Carlo Stuparich, Alberto Spaini e, qualche anno dopo, Biagio Marin si ritrovano con Virgilio Giotti nella stessa pensione, frequentano la stessa trattoria, per imboccare un itinerario di vita che li porterà a destini così diversi. Giotti, che non ha seguito il percorso accademico dei propri amici, ne segue però le discussioni, le dispute, gli entusiasmi e anche lui, come Spaini e Marin, troverà nell’ambito di quel gruppo la compagna di vita, nel nostro caso, la giovane moscovita Nina Stchekotoff, in un intreccio tra cultura e sentimenti di cui una volta andrebbe ricostruito il filo, non per il gusto del pettegolezzo, ma per capire quanto la presenza femminile abbia pesato sui comportamenti e sulle relazioni interpersonali nell’ambito del gruppo.

Il rientro a Trieste, al termine del conflitto, ricondurrà Giotti, che aveva abbandonato il proprio vero cognome per adottare una variante dialettale del cognome della madre (Ghiotti = Giotti), ad un’esistenza di assoluta e silenziosa normalità, quasi all’ombra dei suoi più conosciuti amici, tra i quali non mancavano Umberto Saba, Roberto Bazlen e il compagno di camera dei primi anni fiorentini, Giorgio Fano.

E’ un’esistenza vissuta tra impieghi di nessuna rilevanza, procuratigli da amici, e il modesto appartamento di periferia dove nel frattempo i tre figli, Natalia, Franco e Paolo crescono, allevati dalla moglie Nina. Poche le vere soddisfazioni e i riconoscimenti che dovrebbero ricompensare chi riesce a cogliere con la propria poesia l’essenza dell’animo umano. Nel frattempo, il corso della storia ha imboccato una nuova epoca di follia collettiva e i venti di guerra si fanno sempre più insistenti sino a travolgere i precari equilibri stabilitisi dopo la Prima guerra mondiale. L’Europa ne viene attraversata, colpendo anche Giotti i cui due figli non fanno più ritorno dalla campagna di Russia. Il dolore segreto di una simile perdita si riflette nell’ultima sua produzione, per lo più raccolta nei Versi, pubblicati nel 1953 per le “Edizioni dello Zibaldone”. Nel 1957, gli viene conferito il premio dell’Accademia dei Lincei per la poesia. Nell’agosto dello stesso anno, nel giorno in cui a Gorizia moriva l’amico Umberto Saba, accusa un grave collasso che dopo qualche giorno lo condurrà alla morte.

Nel sessantesimo anniversario della scomparsa, Virgilio Giotti, che assieme a Saba è stato, per giudizio ormai unanime della critica letteraria nazionale, il più importante poeta giuliano, verrà ricordato venerdì, 1 dicembre 2017, con inizio alle ore 16, nella sala del Circolo della Stampa, in Corso Italia 13, a cura del Centro Studi Scipio Slataper.

La tavola rotonda, a cui parteciperà tra gli altri Anna Modena, una delle più autorevoli studiose a livello nazionale dell’opera di Giotti, vuole costituire una sorta di compendio delle numerose iniziative e letture giottiane tenutesi a Trieste da questa primavera, contribuendo a dare una cornice critica al rinnovato interesse per un autore che solo oggi riemerge dal grande magma della produzione letteraria.

Il pomeriggio di studio è articolato su tre sezioni che approfondiranno anche aspetti finora trascurati della sua produzione artistica. La prima sezione, interamente dedicata alla poetica, è affidata alle testimonianze di Anna Modena, Fulvio Senardi e Roberto Benedetti. La seconda sezione, a cura di Lorenzo Tommasini e Luca Zorzenon, tratterà la poco nota produzione in prosa di Giotti mentre, nella terza sezione, affidata a Simone Volpato e a Marco Menato, verrà affrontato il ricorrente problema dell’archivistica letteraria e della conservazione degli scritti e delle biblioteche di autori, come Giotti, che hanno segnato la storia letteraria locale quanto quella nazionale.