VEN. 16-6 – LA NOTTE DELLE FAVILLE

Venerdì 16 giugno, alle 17.30, al Circolo della Stampa (sala Paolo Alessi, primo piano, corso Italia 13) Luciano Santin presenta la seconda edizione del romanzo “La notte delle faville” di Livio Isaak Sirovich. Il libro edito da Cierre ha una nuova postfazione storica e una notevole copertina di Cosimo Miorelli.

L’autore narra la storia di un piccolo paese della Carnia, San Pietro/Speterbong, agli estremi geografici del Regno, anzi del mondo; una matassa che si dipana dall’occupazione nazista-cosacca del 1944 al 1976. È l’ultimo paesino italiano prima dello spartiacque di confine, ma da secoli vi si parla un antico dialetto carinziano; una stranezza che non ha mai reso la vita facile ai sanpietresi/spetbongarischen e che dopo l’8 settembre li ficca proprio in un brutto guaio. Perché se prima, a mezza bocca, non era raro che li si chiamasse bastardi sia di qua che di là del confine, a un certo punto i nazisti li annettono di fatto al Terzo Reich, perché li considerano volkdeutsch, di sangue tedesco. Cosa che dopo la fine della guerra costerà loro la neanche tanto velata accusa di traditori, collaborazionisti; accusa mossa magari – c’est la vie – da chi fino all’aprile del ’45 era rimasto fedele al “Patto d’acciaio coi Camerati germanici” (“non si sa mai che abbiano davvero queste famose armi segrete”, si mormorava).

Questa di San Pietro/Speterbong è una storia minore, ma dai risvolti inquietanti perché sullo sfondo si alza il fumo della Risiera di San Sabba, dove gli integerrimi ufficiali delle SS rubano per il Reich e anche in proprio.

Nel racconto di Sirovich vivono uomini e donne semplici, umili, saggi ma superstiziosi; una storia d’amore che avrebbe potuto essere, ma non sarà, tra un maestrino di Bassano del Grappa disertore dell’esercito di Salò e una giovanissima vedova di guerra col figlio poliomielitico; vicende di partigiani, soldati nazisti, cosacchi, molti voltagabbana, storie di ordinaria umanità di cui non si legge nei libri di scuola. In questo, la scrittura di Sirovich può avvicinarsi al pessimismo ironico di Vitaliano Brancati e ai suoi personaggi sempre costretti a subire gli eventi, dai quali hanno imparato a difendersi con l’arma della dissimulazione. E infatti anche a San Pietro/Speterbong certe verità si sussurrano solo nei falò attorno alle braci del fogolâr.

L’uscita della prima edizione da La notte delle faville suscitò non pochi mal di pancia, soprattutto in Carnia, e vivaci polemiche sulla stampa friulana. Ricordiamo infatti che il romanzo gira attorno – e qualche volta morde, com’è nello stile dell’autore – al mistero di un tesoro donato nel maggio del 1945, chissà perché, dai cosacchi o dai tedeschi in fuga al prete di un paesino italiano di montagna, dove però si parla un antico dialetto carinziano.

Fatto sta che, dopo l’uscita del romanzo, il sesto successore di quel prete del ’45 ha pensato bene di fare finalmente chiarezza svelando quanto il curato aveva scritto all’epoca a proposito della chiacchierata “donazione”. Il diario della chiesa era infatti rimasto segreto per 50 anni (ma Sirovich era riuscito a darci una sbirciatina, pare).

In questa velata nostalgia per l’occupazione e nella strana reticenza su una ricompensa nazista sta tutta la Notte delle Faville.